I colpi di genio vengono in mente nei modi più improbabili. E le cose tornano in voga sempre per strane coincidenze. Siamo in California, anni ’60, i mercoledì sono ancor da leoni, i bikini sono fatti di uncinetto e i Beach Boys cantano sempre che si può surfare in U.S.A.

Orde di ragazzini che tra Venice Beach, passando per Santa Monica, si spostavano fino al Pacific Ocean Park per trovare le onde grosse. Il paradiso? Si, ma solo fino alle dieci di mattina, perché dopo il mare si calma e si deve trovare qualcosa da fare di pomeriggio, quando le onde ormai lasciano il posto a un mare calmo e piatto, adatto a tintarelle  e canzoni in spiaggia.

E qui è scattato il lampo di genio, perché aspettare il giorno dopo? Basta surfare per strada con lo skate-board. Una crew si differenziò per aver praticamente riportato in auge questo giocattolo ormai dimenticato: gli Z-Boys di Dogtown. Erano quindici ragazzi giovanissimi che portarono i loro vecchi e pesanti skateboard nei cortili delle scuole con uno stile spettacolare ispirato al surf, che era contemporaneamente una ricerca di stile e improvvisazione. Quando la siccità della California si fece sentire facendo svuotare le piscine delle ville private, gli Z-Boys cominciarono ad invaderle illegalmente.

Si fecero notare dappertutto, con uno stile mai visto prima, capriccioso, spensierato e creativo che ben presto li fece diventare delle star da imitare in tutta l’America. Questi beach-boys sono Stacy Peralta, Tony Alva e Jay Adams. Protagonisti di un documentario recente sulle loro vite (Dogtown and the Z-Boys) sono nomi che ancor oggi risuonano tra le onde  come per i marchi di t-shirt che nel frattempo sono nati cavalcando l’onda della notorietà.

Lo stile che percepiamo, al di là dei capi tecnici e skateboard professionali è uno stile genuino. Se immagino questi ragazzi alle 5 di mattina sentire il profumo delle onde, di sicuro non li immagino davanti all’armadio piu di 30 secondi, figuriamoci per correre sull’asfalto. Se avessimo potuto guardarci dentro però avremmo sicuramente visto: calzetti di spugna che se oggi li vediamo addosso a qualche sfortunato passante inorridiamo, shorts di cotone, jeans sgualciti, scarpe vecchie dalla suola piatta.

Ed è dentro questi armadi che nasce uno stile. È qui che nascono le Vans Hal Cab, il vestirsi largo semplicemente per poter eseguire bene i tricks: stile e pensiero che questi ragazzi hanno inventato è diventata una tendenza come TAKI 183 e la sottocultura newyorkese dei primi graffiti, come la breakdance, Bob Dylan e Andy Warhol.

Stacy Peralta e Tony Alva divennero delle vere star al pari di Mick Jagger. Ad un certo punto però, come per tutte le cose, la freschezza dei ’60 e la spregiudicatezza dei ’70 lasciarono il posto al consumismo degli anni ’80, ai colori flou della Naj-Oleary e a film come California Skate con Christian Slater. Tutto si evolve giusto? Si è evoluto anche questo mondo. O solo cambiato?

Articolo a cura de Le Cornacchie della Moda

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Art Director, Copywriter, Social Media Manager e responsabile della comunicazione del Future Vintage Festival.
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