L’archetipo di Ulisse, il viaggiatore lento e curioso per antonomasia, rimane al centro dell’immaginario comune, sin dall’antichità.
Del resto il Viaggio, sia reale che metaforico, costituisce uno dei temi più trattati e interpretati dalla nostra cultura. L’essere umano che spinge la sua curiosità oltre il limite del conosciuto, ricercando nuovi spazi, nuove terre, nuova gente. Un viaggio geografico e nello stesso tempo interiore.

Per secoli senza mezzi di trasporto meccanici, con i propri piedi o in sella ad un cavallo, ora l’uomo si spinge nello spazio, fuori dall’atmosfera terrestre, spostando i limiti di ciò che è noto.

Per chi assapora però, in tutta la sua completezza, un viaggio, la vera modalità è la lentezza, senza fretta, osservando paesaggi, ascoltando racconti e meditando.

Alcuni artisti, scrittori e poeti ne hanno fatto una vera filosofia di vita, Paul Klee dedicò tutta la sua prima produzione di acquerelli al suo viaggio in oriente, Jack Kerouac un intero romanzo “on the road” dai ritmi “slow” come la lunga odissea del protagonista attraverso un on the road per le strade d’America, Arthur Rimbaud ne fece un credo artistico. E prima di tutti loro, per secoli vi fu nella cultura occidentale il caposaldo del Grand Tour Europeo (per coloro che se lo potevano permettere, chiaramente).

Negli anni ’70, il viaggio diventa un motivo esistenziale di molti e più precisamente “controcultura”. Il romitaggio come silenzioso e solitario atto di ribellione in contrasto con la società borghese dei consumi. E quindi le Indie e le Americhe divengono meta prediletta alla ricerca di mode, religioni, filosofie esotiche. Armati di pollice alzato uomini e donne viaggiano in economia con zaini in spalla e pochi spiccioli cercando l’avventura.

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Uno dei trasporti più celebri resta l’Orient Express (celebrato anche nel famoso romanzo di Agatha Christie) che attraversava l’Europa, partendo da Parigi e giungendo fino a Costantinopoli. Così l’affascinante ed eroica Transiberiana.

Oggi, forse proprio per contrastare la natura sincopata della contemporaneità, il lento ritmo di attraversare confini torna sia come sintomo di una riappropriazione biologica naturale, che vede come spinta primaria il desiderio di immersione nella selva e l’esperienza totale purista di coloro che credono nell’into the wild, sia come black-out dal caos dovuto alla globalizzazione e al ritmo workaholic moderno, che spesso non permette di estraniarsi e lasciare la testa viaggiare oltre “l’infinito”.

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E così influenzando il mondo della moda, con zaini che ammiccano al vintage, kit da viaggio che comprendono valige in pelle, bussole, mappe e binocoli, il moderno viaggiatore si appropria di codici antichi e parte lentamente verso l’avventura. Outbook, hiking, wild, camping: diventano mantra per la moda casual e per i cool hunters.

L’elemento vintage non traspare più solamente dall’estetica e dalla brand identity outdoor sulla quale molti marchi tendono ad avvicinarsi sempre più, ma anche come influenza comportamentale e filosofica. Una ricerca delle esperienze autentiche, lente e perciò maggiormente impattanti, dove la natura e la mutazione dei luoghi diventano l’oggetto stesso del viaggio, inteso come macro-esperienza.

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Per approfondire il tema, una delle pubblicazioni guida è sicuramente The Outsiders, New Outdoor Creativity della Gestalten, come sempre punto di riferimento dei nuovi fenomeni creativi.

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