Post-Soviet Trend

Perché e da dove arriva questa new wave dello streetwear post sovietico?
Future Vintage Post Soviet

ALLA FIERA DELL’EST: IL SUCCESSO DEL POST SOVIET STREETWEAR

QUALCUNO HA DETTO GOSHA RUBCHINSKIY?

Parigi, New York, Milano? No, Kaliningrad.

Enclave post sovietica tra Polonia e Lituania sulle coste del Mar Baltico. Tempi di grandi trasformazioni che disegnano le nuove strade della moda maschile, dove giornalisti e buyer sono disposti a volare in cerca di novità. Perché?

Nuovi e strani fenomeni da osservare, sulle orme delle realizzazioni di Gosha Rubchinskiy, uno dei fashion designer più seguiti del momento, che ha deciso di ambientare nella città natale di Kant la passerella per l’autunno-inverno 2017/2018.

Il sapore è quello dello streetwear sovietico, dal quale molti stilisti attingono a piene mani. Un immaginario a stretto contatto con gli anni ’90, i calzettoni di spugna, le felpe Fila, o Sergio Tacchini o Robe di Kappa con i loro logoni urlati su colori primari.

PARIGI, NEW YORK, MILANO?
NO, KALININGRAD
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Bomber e misure oversize per enfatizzare mood svogliati.

I look di strada dalla Grande Madre Russia, vengono mediati combinando subculture giovanili – football fan, skater, techno kids, gabber, skinhead – attraverso una nuova estetica sporty & kitsch.

In questo modo si innescano fenomeni inediti di hype, passando per Pinterest, Instagram e i fashion blog.

La Russia è vista dall’Occidente ancora come un mistero, forse persino un mostro, una strana creatura ricca di traumi e stranezze da osservare con interesse.

Del resto si sa, dalle periferie, dai confini dell’ecumene e della società, provengono novità stranianti, ibride, dal fascino strano, che risultano funzionali al mercato della moda (grazie al web).

Ecco che arriviamo a subire il fascino esotico dell’Est Europa, adorando i frutti che nascono dal cemento post sovietico, quasi con una vena nostalgica da Guerra Fredda.

I modelli appaiono come hooligans efebi, dotati di uno strano fascino che lima l’aspetto tamarro ed il disagio antisociale tipico dei chav britannici.

L’attitudine un po’ ignorante delle tute da ginnastica da sfoggiare al massimo al supermercato, acquistano per incanto nuovi valori e significati.

DAL NORMCORE ALL’EXTREME CASUAL, PASSANDO PER IL GHETTO DELL’EST
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Gosha Rubchinskiy – con alle spalle Comme des Garçons che gli cura produzione, marketing, distribuzione e vendite – firma collezioni per Vans, Reebok ma anche Burberry.

Nel 2018 inaugurerà una collaborazione con Adidas: non a caso l’anno in cui la Russia ospiterà i mondiali di calcio, giusto per capire la portata dell’operazione commerciale.

I logoni in cirillico che stanno monopolizzando i desideri di molti fashion victims forse vogliono comunicarci qualcosa di più profondo, oltre a confermarci che lo streetwear ormai è ovunque e stringe il mercato della moda in una morsa.

Proprio oggi che una qualsiasi collezione o sfilata senza scarpe da ginnastica risulta quasi inconcepibile, il successo di Gosha & Co ci vuole dire che molte cose sono cambiate.

Che se negli anni ’80 e ’90 la moda era un sogno oggi a prevalere è sempre più la voglia di strada, di realtà, di cose autentiche.

Sarà poi l’hype a paragonare una felpa di Supreme ad un abito di Chanel.

Ovvero la forza dell’immagine, di un brand, di un’emozione.

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Dopo le grandi epopee delle grandi maison e le incredibili storie dei grandi stilisti e dei loro mondi, alla fine dei ’90 la moda è tornata a guardare la cultura giovanile, tra le sue pieghe di vuoti e inquietudini, linguaggi e visioni.

Tribù e subculture da riosservare e combinare con curiosità. Irrimediabilmente si finisce nella strada. Nell’asfalto.

Come potremmo altrimenti giustificare il grande successo di marchi come Supreme?

Questi fenomeni sembrano comunicarci che dopo i grandi fasti della moda egocentrica il lusso è negli occhi di chi guarda.

Anche delle tutone da ginnastica su uno sfondo grigio, malinconico da Cortina di Ferro.

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